(Ore 7 e 20 circa)
(ritorno alla musica, per tante ragioni)
Una fila di feltrini impilati, forse quattro, non meno di tre ma dal momento che non son meno di tre è probabile che siano in effetti quattro, come quelli che si metterebbero alle gambe di una sedia. Una fila di feltrini impilati, sicuramente vecchi, usati, da buttare forse. Ma su un gradino della scala che porta alla banchina della metro? Perché? Una campionatura (alla buona) smarrita da qualcuno che voleva recarsi in un posto dove li vendono, per dire “Vorrei dei feltrini, sa, di quelli che si mettono alle gambe delle sedie? Mi sono trovato bene con questi, per molto tempo, non è che ne avreste dello stesso tipo?” E invece gli sono caduti di tasca o da una borsa, senza fare rumore perché il feltrino ha una sua delicatezza e probabilmente non fa molto rumore neanche quando cade impilato, di prima mattina. E così ora tutto è legato alla capacità di trovarsi sulla stessa lunghezza d’onda di cliente e rivenditore. “Vorrei dei feltrini, sa, me ne ero portati dietro un tipo con cui mi ero trovato bene ma li ho persi, mannaggia…”
In alcune fermate della metro, se è abbastanza presto e c’è la quantità ideale di gente che deve salire e scendere si può assistere ad una bella sincronia spontanea tra i vari passeggeri, per cui al centro si scende ma con una sorta di formazione a cuneo, che lascia spazio all’esterno da entrambi i lati e di lì salgono gli altri, senza dover per forza aspettare che siano scesi tutti prima di iniziare a salire. Col vantaggio di poter andare a caccia del posto preferito prima di chi aspettava di salire dal centro. La comodità è preclusa a chi esita o si aspetta che gli venga elargita.
La normalità, nonostante tutte le cose belle o brutte che accadono quotidianamente nel mondo e di quanto impatto e quanta rilevanza abbiano, direttamente o indirettamente, su tutti noi, in questo villaggio globale è incarnata dallo sciopero dei trasporti del venerdì. Quel porto instabile al quale approdare, non senza ansia, anche quando fosse più semplice del previsto. Ma casomai lo scopri dopo. “Eh, meno male, dai…”
La memoria posturale, quel mettere le braccia o le gambe in una data posizione, inspiegabilmente comoda, non tiene conto dei dolori conseguenti a movimenti sbagliati precedenti o ad esposizione a sbalzi di temperatura di articolazioni già sensibili per motivi sconosciuti ai più ma soprattutto ai detentori di suddette articolazioni. Così c’è un momento in cui provi ad allungarti in quel modo, così abituale, così… Cazzo così no, non finché nel farlo mi dà quella fitta… (Ma dopo un po’ ci riprovi. (Possibile?)
Ai lettori musicali servirebbe un programma dedicato, tipo tecnico del suono, per gestire il volume dei brani che si susseguono, perché alcuni hanno lo stesso volume ma altri, senza che tocchi nulla, neanche per sbaglio o senza accorgerti, sono più bassi e altri più alti. Oppure occorrerà creare le playlist anche in funzione di questo criterio. Un’onda di brani dal volume uniforme, poi dopo l’ultimo di un tipo, vai ad alzare o abbassare, per l’onda successiva. Ad ogni modo servono intervalli ragionevoli: cinque o sei consecutivi dello stesso tipo. Anni e anni (e anni) di playlist e non ci hai mai pensato. Meno male che il pollice era opponibile di suo, ché se dovevi scoprirlo da solo, addio.
Nei luoghi di attesa di un bus o di qualche pulmino del caporalato che porta a lavorare varia umanità, gli sguardi più sdegnati e risentiti sono quelli di chi sta nei pressi degli altri, incuranti dei monopattini parcheggiati o adagiati (buttati?) in terra, e cartacce e mozziconi di sigaretta, rivolti a chi, dopo un’occhiata veloce ma non sfuggita agli altri, decide di fare qualche passo in più, quasi a ridosso della strada, sul marciapiede. Chi non ha troppe pretese e si sente giudicato non può fare a meno di chiedersi “Ma perché, chi saresti te?”
E un’altra giornata va a iniziare. Via, si va.