(da splinder) Quasi

Quasi finita. Niente più post su splinder. Niente più media da caricarci, niente più gente che ti clicca nel profilo. Se penso a quanto mi incazzavo quando stavo scrivendo un post e mi si apriva quella stramaledetta notifica e io finivo per aprire per errore qualcosa perché si piazzava proprio in mezzo ai coglioni, nell’area di scrittura del post. Non è che sia stato tutto tutto bello, eh, diciamocelo. Però quando una cosa sta per finire si tende a vedere tutto più positivo. Come quando finivi la scuola e sapevi che, presumibilmente, certe persone non le avresti più riviste, magari ti stavano anche sulle palle ma pazienza, finisce lì, una bella stretta di mano, una pacca, qualche sorriso… ma vai, che è finita. Ed è lì l’errore: non è finito un cazzo, è appena iniziata. Ma queste son considerazioni del poi. Del quando ancora aspetti che oltre al poi arrivi anche ‘sto senno di cui tanto si parla e che dovrebbe portar benefici.
Questa fine, pure. non è una fine. Era iniziato qualcos’altro già prima che finisse la piattaforma, si era già allegramente migrati in tantissimi, sia pure ufficiosamente e mantenendo un pied-a-terre qui. E ora ce ne andiamo, ora danno lo sfratto a tutti. E chissà che i più stizziti non siano proprio quelli che se n’erano andati, piuttosto che quelli che eran rimasti. Ma come? Chiudete la baracca? Come se non potessero farlo, come se fosse un dispetto. Son solo cose che succedono, nella vita.

Buone cose a tutti quanti. A chi c’era, a chi se n’è andato, a chi rimarrà fino all’ultimo momento.

 

E piantatela di guardare quanti commenti ricevete, cazzo. Non è mica da quello che si capisce quanto valete. Ma un po’ lo si può stabilire, in negativo, basandosi sul fatto che prestate attenzione a queste cose. :)

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E beh…

Parole sospese, appese, incombenti… incompiute, mai venute alla voce. Parole, insomma, che non diventan suoni.

C’è questo luogo -che a nessuno pare importar di trovare- in una dimensione ignorata, ma non nel senso che non è conosciuta, nel senso che non viene proprio considerata. E c’è una moltitudine di persone che cerca isole che non ci sono, dimensioni alternative o parallele, livelli superiori (o inferiori) ed anche quando trovano quel che cercano non si interessano al limbo della comunicazione ma si mettono ad immaginare altre cose e non degnano d’uno sguardo quelle parole, quegli st(r)ati d’animo privi d’espression verbale.
Io pure, d’altra parte, non cercavo mica quel luogo quando ci son finito; guardavo fuori dal finestrino, senza prestare troppa attenzione al panorama, finché il bus non s’è fermato e l’autista m’ha guardato con sospetto. Allora son sceso e mi sono incamminato in quello che somigliava a un bosco. Nei rami spogli degli alberi erano appese delle parole. Alcune erano intere, altre tronche. In certi casi non si riusciva neanche a capire di che si trattasse, cosa volevan dire. Negli alberi più grossi, invece, c’erano discorsi interi, che non mi capacitavo di come potevano esser finiti lì. (ma) Come si fa a tacer tante cose tutte in una volta?

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Mentre aspettiamo che qui vendano apps, tanto vale dirci ancora due cose…

Stamattina mentre andavo a lavoro ho letto un articolo su una insegnante che ha dato un voto più basso ad una sua alunna, spiegandole che questo era dovuto al fatto che era diversa, che era nera. La piccola, confrontando il suo compito con quello di un compagno aveva notato che erano entrambi fatti bene allo stesso modo ma lei aveva preso 7 mentre il compagno aveva preso 9, così è andata a chiedere spiegazioni e l'insegnante le ha risposto in quel modo. Ovviamente la piccola c'è rimasta male ed ha riferito la cosa alla madre, che è subito andata dalla preside della scuola dove si è svolta la vicenda. Breve indagine, ascoltati i compagni della piccola che confermano e l'insegnante viene affrontata. Adesso pare che sia in malattia, sfuggendo per il momento alle sanzioni disciplinari previste, quali che siano.

La vicenda è tra il triste e lo squallido, mette tanta amarezza ma poi m'è venuto in mente che c'è un aspetto della vicenda che forse si può osservare da un punto di vista insolito: se diciamo che la meritocrazia ha qualche difetto in questa storia può essere naturale ritenere che parliamo della piccola che si vede negare un voto più alto, mentre io credo che il difetto sia quello che ha portato ad assegnare una cattedra a quella insegnante. Che merito può avere? Perché gli insegnanti non devono preoccuparsi solo di formare degli studenti capaci e non perché sia irrilevante o facile farlo ma perché anche a farlo nel migliore dei modi non è soltanto l'istruzione a livello di nozionistica quello che serve ad un individuo. Gli insegnanti devono contribuire a formare anche le persone, i caratteri, gli esseri umani. E una persona come quell'insegnante, cosa può formare? Quale tipo di persona può emergere, dopo esser passato sotto una così?

A rincuorare c'è che la preside e le istituzioni scolastiche si sono immediatamente schierate contro il sopruso e questo è importante. Abbiamo il lato migliore della meritocrazia che cerca di riprendere il suo posto.

Per finire mi vien voglia di spezzare l'ennesima lancia in favore dell'ignoranza, categoria cui appartengono molte più persone di quante siano disposte (o consapevoli) ad ammetterlo. Tante volte si dice che il razzismo, le discriminazioni sono frutto dell'ignoranza. Magari, fosse così. No. Ci sono così tante persone istruite, colte, che sono razziste, xenofobe, che non ce ne si rende conto. Pensate che ad alcune di queste danno anche una cattedra. E allora basta con questa storia che gli ignoranti hanno tutti i difetti possibili. Li hanno per lo stesso motivo per cui li hanno anche i colti: tutti quanti risentiamo degli ambienti dove cresciamo, tra famiglia, scuola e amici e chissà quante cose inespresse ed inesplicabili ma non c'è una caratteristica certamente riconoscibile come causa di quella malapianta che è l'intolleranza.

Io spero che ad un bel momento quell'insegnante trovi il pudore per vergognarsi di un atto di crudeltà così gratuito.

E comunque, quelle persone non si chiamano razziste. Si chiamano stronze. Tanto per chiamare le cose col loro nome.
 

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Dunque si chiude qui. Sarà più facile mantenere il proposito di non scrivere, stavolta. Viene meno la superficie destinata a non-accogliere gli scritti.
A modo mio sono un sentimentale, capace di legarmi ai luoghi oltre che alle persone, per questo ogni tanto ci torno. Ma non è la prima volta che affronto questo tipo di situazione, mi è già successo di allontanarmi da posti -virtuali- in cui scrivevo o che li chiudessero. Adesso che ci penso bene, li han chiusi quando ormai era un po’ che li frequentavo pochissimo. Con questo non voglio far battute sul mio incidere in qualche modo, era solo una constatazione su come sia anche fortunato nel senso che il colpo arriva mentre la guardia è ben salda, anche se stessi guardando da un’altra parte. Non fa così male. Però dopo aver parato il colpo posso ugualmente dire che è giunto inatteso e rammaricarmene. Forse per altruismo, forse per una strana forma di megalomania avrei preferito che il posto rimanesse in piedi.
E pazienza. Succede. Ho dei bei ricordi legati a queste pagine, così come ne ho di brutti. Non lascio nulla, tutto serve a dar sapore al brodo. Mi sono sfiorato con alcune persone, neanche guardato con la maggior parte e mi sta bene così. Nessun rimpianto. Poi c’è stato uno di quegli incontri che nell’arco di un’esistenza -forse- è inevitabile che ci sia e non conta il dove, poiché essendo scritto che dovrà esserci non c’è tanto da sottilizzare su dove avviene. Sono comunque contento per splinder che sia successo qui. È splinder che dovrebbe vantarsene. :)
Ho scritto cose che mi son piaciute, qui. E questo sarà sempre un bel ricordo. Ho anche letto, a volte, cose che mi son piaciute. Molto. Unica concessione, da lettore, di blogger che voglio ricordare: Davizz, lo leggevo sempre con piacere. Con chi c’è modo di sentirsi a prescindere da splinder continueremo a sentirci, secondo la voglia e i rapporti instaurati. Un saluto e un ringraziamento a quanti hanno seguito questo blog anche senza intervenire mai. Nulla è per sempre, sapete che la penso così, facciamocene una ragione.
Due parole su quelli che hanno vissuto il blog come una forma di competizione? Su quelli che volevano scalar classifiche, raggiungere vette di notorietà? Se anche scrivessi due parole di numero sarebbero insulti. È così che voglio chiudere il blog? Beh, ma chi se ne frega? A quelle persone dico: ma si, è andata. :)
Ciao. Ciao a tutti.

Tranne che a due o tre, via… :D

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(Ore 7 e 20 circa)

Il buongiorno ha di nuovo musica da indossare, dopo un periodo di rumori ovattati e pensieri che rimbalzavano senza alcuna base ritmica. Donne in camicia e cravatta sedute, composte, in metrò ed una casuale dominante rosa nei colori disseminati sulla banchina dove si attende un altro convoglio. È rosa la valigia che una coppia di asiatici si tira dietro, come fosse un cagnolino con le ruote; rosa la maglia di un'imponente donna africana, come pure la camicetta di una minuta sudamericana; a base rosa anche il graffito che ingentilisce il treno che viene a raccoglierci. Seduti lungo il convoglio ci sono gruppi composti secondo diversi criteri: connazionali che stanno raggruppati o file dove ciascun posto è proprietà di una diversa etnia, cultura, fascia d'età. Alcuni di questi sono comunque uniti dal lavorare nello stesso posto o dal fare lo stesso percorso. La conoscenza tra molte persone viene esternata attraverso i silenzi che condividono. Alcuni stan seduti accanto per così tante fermate, senza nemmeno guardarsi in faccia, che all'osservatore distratto potrebbero sembrare perfetti estranei. Ammesso che ci sia perfezione nell'estraneità. Poi però una delle persone si rivolge all'altra, che risponde con tale naturalezza che quasi spingerebbe l'osservatore distratto a scusarsi d'averli pensati estranei. Ci sono occhiate che iniziano furtive in modo diretto, per poi proseguire sul riflesso dei vetri, con impazienza per il ritorno al viaggio perché nello scuro della galleria il riflesso ha una qualità migliore rispetto alle fermate -intermedie- con le troppe luci che lo rendon meno visibile. I dormienti abituali hanno un'infallibile sveglia interna, la fermata precedente alla loro li desta per un attimo e si potrebbe scorgere soddisfazione sui loro volti stanchi: ancora un minuto abbondante di sonno, prima di scendere. Nell'andare vicino alla porta preferita ci si guarda attorno, per il consueto appello di chi condivide tratti d'esistenza. Il mezzanino è il luogo deputato all'espansività: saluti d'ogni sorta, dall'occhiolino al saluto militare, dalle strette di mano rituali agli abbracci (con doppio bacio o semplici). Poi c'è una direzione per tutti e per ciascuno; chi va a far colazione al bar e chi all'edicola, a comprare un giornale; chi s'incammina verso un bus e chi continua ad aggirarsi per il mezzanino, ché tanto è ancora presto. Una cosa che trovo bellissima, per certi versi, è il dialogo tra quelli che non hanno tempo di guardare la tv; i loro orari, il loro ritmo di vita è così frenetico che non c'è tempo da dedicare alla tv. Non ci sono commenti su quel programma o quell'altro. Nei loro discorsi c'è spazio solo per la vita. Vissuta e da vivere. Non è la cosa migliore? Parte il bus per la gita del sabato lavorativo e abbiamo conferma che al sabato la corsa unica non fa più la strada panoramica. Per andare ad immaginare il vecchio vivaio a lato del semaforo, guardando il nuovo, toccherà farsi un viaggio sul classico (quello che non tramonta mai) 7 e 20 circa. E lo faremo.

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(ore 7 e 20 circa)

Nel buongiorno non c'è nessuna playlist. I postumi di una notte di poco ed agitato sonno si presentano, ordinatamente, pulsazione dopo pulsazione e tutte consigliano di camminare invece che prendere un bus ed è quello che faccio.
All'ora in cui dovrei trovarmi alla fermata della metro che mi porta a quella dei bus entro dentro il pronto soccorso di uno degli ospedali cittadini, faccio presente la natura del mio problema e fornisco le generalità a supporto e conferma di quanto dico. O così interpreto la cosa, sul momento. Mi accomodo su una delle sedie e attendo di essere visitato da un medico, che non sarà quello specializzato che servirebbe a me ma intanto qualcuno vuol vedermi e mi sembra doveroso accettare di buon grado la cosa. Attorno a me varia umanità, se pensavo che ad andar -così- presto al pronto soccorso avrei trovato poche persone, beh, non avevo del tutto ragione; certo c'era poca gente rispetto ad altre fasce orarie ma più di quante immaginavo di trovarne.
Su una delle sedie accanto alla mia c'è un ragazzo che dorme appoggiato contro il muro. Ha molti tatuaggi su gambe e braccia, mi vien da pensare che forse pratica qualche sport da combattimento ma non è poi detto. Stringe a sé una borsa indiscutibilmente femminile con una naturalezza disarmante. Ovviamente è della sua ragazza, lui aspetta che qualcuno lo informi su come stia, mentre lei aspetterà d'esser visitata da qualcuno nell'area apposita. Tuttavia quella visione d'un ragazzo che nell'aspetto ricorda molto un nerd, coi tattoo e la borsa, mi distoglie per qualche tempo dalle mie inutili lamentele. E me ne rallegro.
Aspetto, anche un po' svogliato, senza riuscire a concentrarmi nemmeno sul cercare di distrarmi e un impiegato giunto da poco mi chiede di cosa ho bisogno io. Gli rispondo, con garbo, che sto aspettando d'esser chiamato e lui sorride premuroso: non mi chiederà più nulla. Passa qualche minuto ed arriva uno dei barellieri del pronto soccorso che appena mi vede mi chiama per nome e appena siamo vicini mi abbraccia. L'impiegato di prima credo abbia un moto d'orgoglio. Il tempo di salutare e scambiare qualche parola col mio amico barelliere, lui se ne torna al lavoro e poco dopo entra -con una futura ricoverata- un volontario delle ambulanze che, appena mi vede, mi viene a stringer la mano e a scambiar due parole. L'impiegato di prima potrebbe vantarsi di conoscermi anche lui in futuro.
Arriva il mio momento d'esser visitato, non senza aver passato il peso da una gamba all'altra per qualche minuto, fuori dal box visite intanto che la dottoressa fosse pronta a farmi soffrire. Non essendo specialista del settore usa gli strumenti in modo abbastanza rozzo, la delicatezza e l'efficienza -presso di lei- hanno una lite in corso, credo, ed io potrei esser chiamato come testimone a favore di una o dell'altra. Io deporrò comunque a favore della dottoressa perché certe volte una bella donna ti fa soffrire ma non è detto che lo faccia per mala fede.
Mi invitano ad aspettare d'esser richiamato quando lo specialista che mi serve sarà arrivato. Il tatuato si è alzato e gira per l'atrio con la sua borsetta in mano mentre la proprietaria della stessa si aggira per lo stesso atrio -ma ovviamente dalla parte opposta- cercando entrambi. Alla fine si ricongiungono tutti: lui, i tatuaggi, la borsa e lei che è la cosa migliore di quella mattinata dopo il momento in cui la dottoressa ha smesso di farmi male per vedere cos'avessi.
All'ora in cui in ditta andrei a prendermi qualcosa alle macchinette mi fan tornare dentro ai box, non cambio le gomme ma vengo indirizzato nel reparto dove si trova l'uomo che ha nelle mani e negli occhi il responso per me. Vado da lui e faccio conoscenza delle sedie di quel reparto, ci sto seduto comodamente ma non avendo una borsetta da stringere fatico a dormire appoggiato al muro, così mi trova sveglissimo quando mi invita ad entrare. Gli espongo il problema, gli dico anche cos'avevo fatto per risolverlo, dicendo d'aver preso degli antibiotici e lui dopo aver saputo che l'iniziativa di prenderli era stata mia e non di un medico fa una faccia severa, come se disapprovasse. Mi comunica la diagnosi e mi prescrive degli antibiotici… Intendiamoci, è vero che a curarsi da soli si rischia di far più danni ma sul momento mi è sembrato buffo che dopo aver dato l'impressione di disapprovare mi prescrivesse più antibiotici di quanti ne avevo presi di mia iniziativa.
Chiamo in ditta e spiego che non so di preciso quando torno, dall'altra parte uno dei principali pare partecipare alla mia sofferenza e son cose che comunque fan piacere.

Mi chiedo se sia il caso di avvisare qualcuno dei compagni di viaggio. Ce la faranno a vivere le loro storie, i loro tanti piccoli tic, senza che ci sia io ad esserne testimone? Il tempo ha una risposta per tutti, ce lo farà sapere. Per il momento non c'è altro da dire.

 

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Incontri di una qualche rilevanza.

Nel buongiorno c'è un'aria da interpretare: a volte ti accarezza -in un soffio- e risulta gradevole, altre volte sta ferma, come se aspettasse di venir ricambiata, ma evidentemente nessuno sa come fare e rimaniamo un po' smarriti. Le playlist si arricchiscono con nuove versioni di brani comunque noti, tra live, cover e campionature in chiave hip hop. Ne sto assaporando alcune quando scendo dalla metro e mi trovo davanti il tipo che molto tempo fa dormiva seduto sulla panchina, usando una sciarpetta per coprirsi e la mano per cuscino; sta in piedi, diritto e con gli occhi bene aperti e l'aspetto un po' severo, come se volesse rimproverare tutti di non aver saputo ricambiar le carezze dell'aria d'inizio post.
Il bus della corsa prima è uno di quelli piccoli, ci abbiamo già viaggiato, credo, all'epoca dei pionieri ma l'autista non è una faccia nota. Forse è un nuovo acquisto in assoluto oppure ha frequentato altre linee ed altre storie, confluendo nella nostra in sostituzione di qualche autista in ferie. Ci disponiamo secondo la consueta mancanza di schemi, permettendo ai viaggiatori occasionali di scegliersi un posto senza che temano di levarlo a qualcuno. Le strade sono piacevolmente sgombre, si viaggia spediti, lungo un'alternanza di luce ed ombra. I cantieri vengon su bene, c'è quasi da esserne orgogliosi: gli passiamo accanto da quando eran solo dei cartelli che annunciavano lavori e guarda ora che scheletri di edifici! Appena scesi dal bus breve sosta con chiacchiere prima di disperderci verso le rispettive ditte.
Quando passo accanto al suo territorio il cane giovane, anche lui un pioniere di queste storie, mi abbaia con impeto ed anche se vorrebbe parer minaccioso a me sembra contento. Pochi passi più in là vedo arrivare un tizio in bici con un pitt bull che gli corre accanto; appena mi vede arrivare il cane scatta in avanti mentre il tizio lo chiama e mi guarda, non capisco se teme che io mi spaventi o se è sicuro che il cane possa farmi qualcosa. Lo chiarisce il cane che, quasi senza fermarsi, mi salta incontro -leccando la mano che avevo allungato verso di lui- per poi proseguire. Il tizio passando accanto a me si scusa, mi vien da pensare che le scuse siano riferite al fatto che il cane non s'è fermato più a lungo ma rispondo comunque -sorridendo- che non c'è motivo di scusarsi. Diciamo che i presupposti di questa giornata suscitano più entusiasmo rispetto a quelli di ieri.

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Una versione parlata (e scritta) di play the right way. Nel Basket questo è ormai quasi un concetto filosofico, che un po' strideva nella sua applicazione più recente, poiché i miei ultimi ricordi risalgono a quando Larry Brown (uno dei più stimati allenatori americani) allenava i Philadelphia 76ers di Allen Iverson (un giocatore dal grandissimo talento ma decisamente indisciplinato dal punto di vista tattico). Strideva questo concetto perché era davvero difficile pensare che un giocatore come Iverson potesse accettare di ingabbiare il suo gioco e mettersi al servizio della squadra e infatti non è che lo abbia fatto mai fino in fondo, ma l'unica volta che ha deciso di concedere qualcosa al suo coach ed ai compagni è arrivata una finale NBA che difficilmente si poteva pronosticare.
Iverson era il faro di una squadra piena di mestieranti, bravi in diversi aspetti senza eccellere in nulla; lo stesso Mutombo (grande, in tutti i sensi, centro difensivo) è arrivato in quei 76ers quando ormai la sua parabola cominciava a scendere e non poteva più garantire l'impatto che aveva nei suoi anni migliori a Denver o Atlanta, le sue squadre precedenti. Quindi una squadra di buoni giocatori, grazie ad un grande coach in panchina e ad un fuoriclasse in campo, è arrivata a giocarsi la finale assoluta. Di più, contro i pronostici riuscirono addirittura a vincere… la prima partita della serie, contro una corazzata come i Los Angeles Lakers di una triade da Hall of Fame: coach Phil Jackson in panchina e Shaquille O' Neal e Kobe Bryant in campo. Oltre ai molti altri buonissimi giocatori.
Quei Philadelphia 76ers con un altro coach, probabilmente, non avrebbero raggiunto quel risultato e forse nemmeno senza Iverson ma il discorso è che quel risultato è frutto del concetto filosofico iniziale, quel play the right way che significa, banalmente, proprio quello che sembra: gioca nel modo giusto. Senza troppi fronzoli, senza eccessive concessioni a quelle giocate spettacolari, coreografiche, belle finché si vuole da vedere ma che tante volte poi son fumo negli occhi. Concretezza. Fa' le cose come devi farle. Sembra facile ma lo è meno di quanto possa apparire. C'è da cambiare un'impostazione mentale, anche una cultura di gioco che molti si trascinano dietro dai tempi in cui si giocava al playground e che viene solo sospesa ai tempi del campionato universitario. Oltretutto nella nostra epoca i giocatori che completano tutto il percorso universitario son così pochi che è davvero poco il tempo a loro disposizione per cambiare impostazione e cultura di gioco.
Ed eccomi al motivo per cui ho iniziato a scrivere questo post: credo che dovremmo trovare una versione del play the right way da applicare anche alle forme di comunicazione. Al modo di parlare, di scrivere, di esprimersi. Nel mio modo di fare queste cose, mi rendo conto, ci sono fin troppe concessioni all'azione spettacolare, coreografica, bella da vedere ma, assolutamente, fine a se stessa. Mi capita di usare delle parole, delle espressioni, perché le conosco ma che non sono parte di un bagaglio completo di conoscenza. Non si tratta di una piena consapevolezza, non è vera proprietà di linguaggio. Usare le parole e le espressioni giuste, nel giusto contesto. Ecco, quando qualche sera fa ho sentito Checco Zalone parlare del suo cinema, di come speri di non infighettirsi andando alla ricerca dell'inquadratura bella, nei suoi prossimi film, ma di continuare a far ridere, ho pensato che quella è consapevolezza. Ed è significativo che a dimostrare di averne sia uno che viene percepito come campione di ignoranza da chi non lo conosce affatto. Salvo scoprire che poi si tratta di una persona colta che ha solo deciso di assecondare la sua vena comica, la sua voglia di far ridere.
E così mentre Larry Brown cerca di convincere Allen Iverson, tra gli altri, a giocare nel modo giusto; mentre Checco Zalone spera di non concedere troppo alla vanità cinematografica… io temo di aver concesso troppo alla vanità del linguaggio, dell'espressione. Dovrei cercare di tornare ad un'essenzialità che non è affatto povertà e certo non lo è se la paragoniamo a quanto non è vera ricchezza l'utilizzo di certe parole o espressioni.
Play the right way. O almeno provarci.

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(ore 7 e 20 circa)

Ultima gita di un giorno, prima della sospensione estiva, per noi stranieri di città. Pionieri (compreso l'autista), acquisti recenti e viaggiatori occasionali. Il sole ci accarezza, mentre da qualche spiraglio entra aria fresca nel bus, e tutti hanno qualcosa da dirsi, piccoli gruppi di conversazione sparsi tra i sedili, con la partecipazione saltuaria anche dei lettori di giornale che -evidentemente- non riescono a sottrarsi all'atmosfera chiacchiericcia. L'armonica di De Gregori è un buon sottofondo per questo viaggio. Mi intrattengo rivedendo una scena cui ho assistito alla fermata del bus, quando ho visto il bianco arrivare: aveva gli occhiali ed un sorriso aperto ed una sigaretta da gestire mentre stringeva la mano di un nero, per poi abbracciarne un altro. Mi vien da pensare che anche se non si son visti per un po' non è certo perché non si potevan vedere. Mani dell'est aggiustano capelli e sistemano cappucci di felpa. L'inizio di un ultimo giorno è l'inizio di una bella giornata. Non è che ci sia molto altro da dire…

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Uhm

Pare che Borghezio abbia cercato un modo per salvare quello che ritiene esser buono nelle idee dello xenofobo che ha compiuto una strage in Norvegia. Mario Borghezio, politico nelle fila della Lega, presso il parlamento europeo, ha cercato qualcosa di buono nelle motivazioni addotte da un uomo che ha messo una bomba e poi si è messo a sparare su una folla. La lega, il suo partito, ha preso le distanze dalle dichiarazioni di Borghezio. Pare che qualcuno ne abbia chiesto le dimissioni, immagino dall'opposizione, sarebbe bello che la richiesta arrivasse anche dai politici del governo ma credo che la lega potrebbe espellerlo. Mi chiedo perché non lo faccia. Ritengono sufficiente prendere le distanze e chiedere scusa? Con il personaggio in questione che rilancia, accusando anche di viltà i suoi compagni di partito? Non espellerlo, ai miei occhi, diventa un modo per rimanere nei pressi di quelle dichiarazioni da cui, a parole, prendono le distanze. Si può continuare a farsi rappresentare da questa persona? Chi rappresenta quest'uomo? Non me. Mai. E' inutile sprecare insulti verso questo individuo, ne indirizzerei volentieri a quelli che lo hanno votato direttamente, ma non servirebbe a nulla. Bisogna essere costruttivi. Andrò sempre a votare, sempre, contro qualunque schieramento che abbia questo genere di persone al proprio interno. 

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